STRUMENTI CULTURALI

del Magazzeno Storico Verbanese

Dettaglio Archivio

Denominazione Archivio:
Archivio Borromeo
Luogo:
Isola Bella
Archivio già conservato a:
Milano (Archivio Principi Borromeo, Milano = APBM)
I Estremo Cronologico Documentale:
1071
II Estremo Cronologico Documentale:
1980
Descrizione Archivio:
Lento e costante sedimentarsi di carte dal pieno ‘400 in poi, l’Archivio Borromeo dell’Isola Bella (ABIB) è stato in passato conosciuto agli storici e agli studiosi come APBM (Archivio Principi Borromeo Milano): così lo menzionavano il Beltrami, il Biscaro, il Giulini e quant’altri ebbero modo di utilizzarne la documentazione sino agli anni ’30-40 del Novecento.
Le vicende belliche (e soprattutto il bombardamento di Milano dell’agosto 1943) lasciarono il segno sull’archivio gentilizio: due fondi, l’Acque e il Dazi e Regalie, hanno subito pesanti perdite, venendo a ridursi l’uno del 40% delle cartelle, l’altro addirittura del 70% circa, a causa dell’incendio del furgone che le stava sfollando nell’ultimo viaggio da Milano verso luoghi più sicuri. Meno fortunati, altri tesori della wunderkammer museale borromea esposta in alcune sale del palazzo milanese andarono irrimediabilmente persi: se ne sente la mancanza, quando accade che le ricerche restituiscano camicie vuote, o lasciano supporre la passata esistenza di documentazione che però non è presente più in Archivio: valga per tutti il caso di quella affascinante personalità che fu Clelia Grillo Borromeo, che in Archivio non conserva se non poche tracce della conduzione economica e immobiliare della casa di via Rugabella e della proprietà di Sedriano; nulla, invece, è conservato dei carteggi che sicuramente la scomoda gentildonna ebbe con varie personalità dell’epoca. Nelle operazioni di sfollamento dell’Archivio da Milano le cartelle vennero disperse in immobili, palazzi e fattorie sul Verbano, nella campagna di Brianza, nella bassa Milanese. Non più ordinate in serie, vennero finalmente concentrate negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, per volontà di Vitaliano X Borromeo Arese, all’Isola Bella.
L’ingresso in Archivio Borromeo di Pier Giacomo Pisoni, inizialmente coadiuvato dall’amico e suo socio di studi Pierangelo Frigerio, risale al 1976, quando per concessione dell’allora contessa Bona e del principe Vitaliano, i due ricercatori poterono intraprendere un’opera di sistemazione delle cartelle nei locali già detti delle “Cappuccine”: quattro stanze e un corridoio con scaffalature metalliche (dotati di impianti antincendio e di sicurezza a norma) che raccolgono il materiale organizzato in 55 fondi, di cui i più cospicui sono: Acquisizioni Diverse, Autografi e Manoscritti; Chiese; Comuni; Corporazioni religiose; Culto; Dazi e regalie; Eredità e legati; Famiglia Borromeo; Famiglie Diverse; Feudi; Governi e stati; Gride e leggi; Pesca; Mastri, Casse e Registri; Politica e guerre; Sanità pubblica; Scienze, lettere ed arti; Stabili; Teatri ed accademie.
Non a caso essi sono i fondi più importanti: prevale il Famiglia Borromeo, che contiene gli archivi personali (talora estesi su decine di cartelle, come nel caso del conte Carlo IV o del conte Vitaliano VI) di membri della famiglia Borromeo; L’Autografi e Manoscritti, il Comuni, il Chiese, il Politica e Guerre e il Governi e Stati, e finalmente il Famiglie Diverse, e il Sanità sono quelli che più subirono interventi che non si stenta a dichiarare pesantemente manomissori dell’antico ordinamento in seriazioni per intervento dell’archivista di casa Borromeo Gioacchino Civelli (attivo tra luglio 1823 e 1850 circa); il quale, oltre ad applicare l’ordinamento ‘peroniano’ ai mai troppo deprecati riordini tematici condotti nell’archivio gentilizio, giunse addirittura a lacerare lettere e documenti per riporre disgiuntamente ciascun brandello nel fondo che egli riteneva più adatto (senza peraltro curarsi di indicare l’origine delle carte, e dove erano i residui brandelli dello stesso documento). A tale sanguinario uso, il Civelli aggiunse una vorace passione pel collezionismo antiquario, che lo portò a sottrarre un migliaio di “autografi” (firme celebri, documenti di interesse storico) e manoscritti vari con cui alimentava la propria collezione privata, poi riguadagnata all’Archivio per compera effettuata nel 1860 circa dal conte Giberto VI.
Con il passaggio di consegne da Pier Giacomo Pisoni al figlio Carlo Alessandro (1991), a Gioacchino Civelli per giusta pena di contrappasso sono ora intestati nel diario delle attività d’archivio tutti i riordini e l’intera opera di ricatalogazione tendenti a ricostituire virtualmente (“sulla carta, e non sulle carte”…) le serie originali e i legami interni alle serie, pur scompaginate. Salvo i casi non infrequenti di errata riposizione in fondi palesemente estranei perfino ai criteri del Civelli (è capitato ad esempio con documenti del Politica e Guerre per il 1769, collocati dal Civelli nella cartella del medesimo fondo, ma per il 1669), gli originali non vengono spostati dalle posizioni in cui egli prima, e poi Pietro Canetta e Luigi Zari (che abbracciarono anch’essi il metodo catalogatorio peroniano tanto in voga nel Regio Archivio di Stato di Milano) li misero. Il rompicapo (che sovente genera l’impossibilità di assicurarsi che di un argomento di studio o ricerca non sia effettivamente presente materiale documentale in nessun fondo d’archivio) è già complicato così; ma se si aggiunge il fatto che l’archivio ha avuto in passato apporti talora cospicui da altri archivi gentilizi o di soggetti archivistici (quali agenzie di luoghi e feudi borromei, fattori, offici di podestarìe, commissarìe, perfino qualche caso di archivio monastico o di ente sacro: ad esempio presidente di società, ente civile o morale, o – nel sacro – abate commendatario, vescovo in carica): l’intreccio delle carte diventa un enorme puzzle che costringe a procedere lentissimamente in un’opera di catalogazione assai difficoltosa.
Essa si è sviluppata secondo due linee guida. La prima è costituita dalla redazione dell’inventario dei fondi generali e dei fondi singoli che li costituiscono (ad es. ABIB.Famiglia Borromeo.Carlo III), e per ciascuna sezione dei fascicoli costituenti il fondo singolo (la profondità di schedatura arriva talora a cinque o più livelli). In parallelo vengono condotte le schedature di documenti singoli o serie (parziali o complete) di documenti, per temi di interesse storico (è stata conclusa qualche anno fa la trascrizione totale e la pubblicazione del fondo Sanità, I (sec. XV-1653), in «Verbanus», rubrica “Per una storia delle epidemie nelle terre verbanesi”), o la catalogazione delle lettere giovanili di san Carlo Borromeo e dei carteggi del cardinal Federico; per alcuni gruppi di documenti vengono addirittura condotte campagne di scannerizzazione o di fotografia, con costituzione di un archivio fotografico digitale. Repertori di vario genere sono in fase di costituzione, nel tentativo di documentare efficacemente le grafie dei mittenti delle lettere e le attergazioni di segreteria, le cronotassi di parroci, curati, funzionari nel sacro e nel civile, agenti, commissari, capimastri, giardinieri, maggiordomi; per alcuni personaggi di spicco tra i Borromeo vengono redatti elenchi di corrispondenti, in modo da favorire l’attribuzione all’archivio personale di questo o quel Borromeo di carte inviate o pertinenti ad un determinato personaggio e ad un preciso momento storico. Infatti i documenti anonimi e senza data, che essendo stati estratti dagli archivisti ottocenteschi dai fondi originari, senza una pur minima attribuzione di data o segnalazione di collocazione primitiva, rappresentano un grave problema e provocano talora laboriose e lunghe verifiche prima di poterli assegnare all’uno o all’altro archivio personale da cui vennero surrettiziamente estratti.
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